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Un collega in servizio presso il Comando, a causa di problematiche familiari, è stato rinvenuto nel suo ufficio, seduto, a turno di servizio già concluso, con l'arma di ordinanza nella mano (poi è stato accertato, ancora senza colpo “in canna”) a sua volta appoggiata al piano della scrivania. Prontamente intervenuti, alcuni colleghi che si erano avveduti della situazione sopradescrfitta hanno prontamente provveduto a tranquillizzare il collega e a chiedergli di consegnare loro l'arma (cosa che ha fatto), prestando nel contempio ascolto del suo sfogo.
Dopo qualche giorno di ferie, lo stesso collega è tornato in servizio e, specificamente richiesto in ordine alla sua situazione familiare ha asserito che da circa tre mesi è coadiuvato da uno psicologo, ma che negli ultimi giorni la situazione sembrerebbe decisamente migliorata.
Premesso che al momento appare convinto di non vedersi restituita l'arma di ordinanza, si pone ora il dilemma, per il Comandante, su come procedere dal punto di vista della fattibilità o meno di una eventuale prossima riassegnazione dell'arma stessa. Nel contempo è stato invitato ad effettuare una richiesta volontaria di visita medica presso la Medicina del Lavoro, affinchè sia esaustivamente valutata la sua condizione e con l'auspicio che anche il Comando possa trarre spunto da quanto sopra per i passi futuri.
Si chiede ora di conoscere quali debbano essere i passi "ufficiali" che il Comando deve intraprendere ora nei confronti del collega (corretto il suggerimento di visita presso la Medicina del Lavoro? Se sì, la stessa poteva anche essere imposta obbligatoriamente? Necessita ora emanare un provvedimento di riconsegna momentanea dell'arma – ma fronte di cosa? Del solo gesto posto in atto? Assegnazione, a seguito della riconsegna dell'arma, ai soli servizi interni?)
Quanto sopra al fine di potergli restituire la stessa, ma solo a fronte di una attestazione (da parte di quale Ufficio o Ente?)di pieno recupero delle sue facoltà che ne avevano in origine consentito il porto.
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